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Email di Daniele Kihlgren del 23.05.2007

 

Caro Bini strano il destino chi cavolo l’avrebbe mai detto ma talora la passione può pagare ti mando un testo appena scritto. Ho sempre sentito la tua vicinanza sincera e l’amore per questa terra che ci corrode

 

Come talora una nuova attività economica può essere progettata non con le consuete strategie di indagine di mercato ma tentando primariamente un idea di qualità, nel progetto di S.Stefano perseguendo istanze inedite di tutela delle identità del territorio.

8 anni fa arrivai quasi per caso in un borgo semi abbandonato della terra d’Abruzzo, S. Stefano di Sessanio, mi ero perso per le vie sterrate intorno alla Rocca di Calascio e giunsi infine in una strada asfaltata che risaliva il costone della montagna per arrivare a Campo Imperatore.
Al di sotto il borgo incastellato lambito da un piccolo lago con una fonte sorgiva naturale.  Nel borgo antico e nel paesaggio agrario circostante non vi era segno alcuno del ventesimo secolo, non vi erano palazzine in cemento, non capannoni artigianali-industriali, non vi erano nemmeno le consuete villette a schiera in stile tirolese, caratteristiche dello sviluppo turistico dei borghi storici abruzzesi negli anni 70-80. Tutto si era fermato come al tempo antico.
Solo il borgo di pietra che si fondeva con un paesaggio rurale ricco di segni di antiche pratiche ormai in disuso.

Venni folgorato sulla via di Damasco.

Erano anni che cercavo luoghi dove ancora non si era corrotto questo paesaggio così  caratterizzante il nostro paese fino a diventarne uno stereotipo dell’immaginario.

Borghi incastellati sulle sommità delle colline, circondati dal paesaggio campestre; paesaggi, nella realtà, troppe volte sacrificati ad un concetto di sviluppo un po’ vecchio e troppo invasivo e che andrebbe analizzato nei numeri ancora prima di farne una battaglia di civiltà o tirarne fuori categorie morali, nel nostro paese, sempre troppo massimaliste.

Andai dal mio commercialista e gli spiegai le potenzialità di questo borgo paradossalmente salvato dall’abbandono e dai drammatici destini di emigrazione che hanno dissanguato il sud italia e la sua montagna.

Costui consigliò, cautamente, un’indagine di mercato e lì, seconda folgorazione, lasciai l’indagine di mercato alle fantasie del commercialista e trascorsi settimane a girare per il territorio per vivere, comprendere, partecipare e soffrire del  fascino arcano di questa terra, della sua profonda identità e, al di là delle indagini di mercato, iniziai ad approfondire un progetto che potesse rendere conto di questa identità, un progetto per rendere giustizia ad una terra che da quando fu colonizzata centocinquant’anni fa ha sempre cercato al di fuori di sè i modelli di sviluppo, dall’invasione Piemontese alla cassa del mezzogiorno.

Cercai di capire in questo contesto come questi patrimoni “minori” le loro architetture, i loro arredamenti poveri ma forti, le tracce del vissuto erano state cancellate in un opera di rimozione collettiva che la gente del Sud aveva subito, tracce troppo legate ad un passato connotato come vergogna e miseria e abbrutimento, di un antico sapere squalificato come ignoranza e povertà spirituale (perché nelle vallate svizzere non avvenne la stessa cosa?).

Adottammo un approccio di inusuale conservazione di questi patrimoni con la conservazione delle destinazione d’uso dell’originaria magione domestica, con l’uso esclusivo di materiale architettonico di recupero compatibile per origine geografica di provenienza, con l’uso esclusivo dei mobili della montagna Abruzzese. Lasciammo infine intatte nelle ristrutturazioni anche  le tracce del vissuto delle genti che avevano abitato questi luoghi. Quelle tracce sedimentate negli intonaci e nelle stratificazioni del costruito e così pregne di quell’anima profonda sistematicamente “sterilizzata” in tutti gli interventi “moderni”, pregne di quei richiami legati alla vita di un popolo nel suo luogo più sacro – il focolare domestico - che neppure la cultura dotta e “ufficiale”, nella sua egemonia idealistica e crociana,  si era mai curata di tutelare in patrimoni così lontani dalle glorie e dai fasti della classicità.

Un’ulteriore patrimonio profondamente legato alle identità del territorio, le culture materiali, conservate per gli stessi destini di marginalità di queste terre,   poteva trovare anch’esso una ridestinazione estremamente qualificata.

Nel clima grigio ed irreversibile del mercato globale, dove le botteghe di artigianato locale di questi borghi turistici sono sempre più serialmente replicate, dalla Toscana alla Provenza, da S. Marino a S. Giminiano, inseguendo immaginari nazional-popolari,  un “country” di basso folclore o  un medioevalismo retorico e da ultimo le derive di genere “fantasy” di filiazione letteraria e cinematografica a S. Stefano di Sessanio potevamo invece partire da un “sapere” e un  “fare” appartenente alle antiche culture del territorio, ancora marginalmente presenti presso le popolazioni locali, progettammo di riproporre in maniera inedita l’artigianato domestico di sussistenza delle donne del borgo, la filiera completa legata ai processi di tessitura e coloratura della lana che tanta parte ha avuto nell’economia e nella civiltà di questi luoghi. Un sapere non scomparso dalla memoria storica, tutt’oggi rintracciabile, l’ultima generazione,  presso gli anziani del luogo.

Infine l’ultima e più grande battaglia, laddove la colonizzazione assumeva le connotazioni più gesuitiche della bassa politica da Vice-Regno e delle sue periferie. Dovevamo organizzare, col sistema politico locale, quella tutela per impedire che almeno una volta con la ridestinazione turistica non venisse meno tutto quanto sopra esplicitato per colpa delle consuete conurbanizzazioni selvagge.
Come è possibile che in questi patrimoni “minori” , che trovano il loro intimo fascino non in singoli monumenti, in singoli palazzi, in singole piazze, ma nella coralità del borgo intero e nel loro rapporto col paesaggio in un’unica anima immanente, tutto questo si pervertisce o scompare proprio con la ridestinazione turistica  che dovrebbe esaltare queste caratteristiche?
Come mai sistematicamente ritroviamo nuove urbanizzazioni in alcun modo richieste dagli indici urbanistici di borghi mezzi spopolati?

Domande ormai accademiche sebbene la realtà continui a perseguire modelli di sviluppo diametralmente opposti, ma a S. Stefano di Sessanio qualcosa è successo, quella strenua opposizione che pensavamo di trovare dalla politica locale non c’è stata.  Gli abitanti del borgo hanno fatto quadrato intorno a questo progetto di tutela,  hanno avocato a sé il pieno diritto di queste istanze di conservazione ed al loro antico rispetto per il territorio, che appartiene loro primariamente e atavicamente prima di qualsiasi definizione giuridica riguardo al diritto di proprietà.
Il Comune ed il Parco Nazionale hanno formalizzato un documento, il primo di questo genere nella storia dell’urbanistica in Italia, per conservare quel magico rapporto tra il borgo storico ed il suo paesaggio agrario, tra il borgo incastellato ed il suo territorio circostante. Rapporto ancestralmente sedimentato nell’immaginario del paesaggio italiano e nella realtà troppe volte venuto meno da sciagurate politiche di sviluppo urbano. E tutto questo è successo qui, nelle lontane periferie dell’impero dove la gente era abituata ad emigrare, dove il progresso è sempre venuto da fuori, dove gli emigrati diventano subito francesi o americani e quando tornano, nella fretta di dimenticare, continuano a parlare la lingua straniera.
Proprio qui si sta collegialmente formando un modello di sviluppo che per una volta fa riferimento alle identità locali che non sono più un fardello da rimuovere ma il punto di forza e di orgoglio per una ridestinazione decisamente di qualità che ha visto un incremento logaritmico del numero e del fatturato delle singole attività private e che ha portato, in questo piccolo borgo sperduto nelle montagne abruzzesi, viaggiatori dai quattro angoli del mondo ed in particolare quegli stranieri ammalati di “Mal d’Africa” per il nostro “bel paese” che iniziano a trovarsi un poco a disagio in quella Toscana ormai segnata dal punto di vista turistico nelle derive irreversibili della Chiantishirizzazione.


Daniele Kihlgren

 

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Il progetto SextantioUna presentazione su Youtube in tedesco (100% Zum Hotels Verlieben) www.youtube.com/watch?v=293460uupss
Il progetto SextantioUna presentazione su Youtube in inglese (Sunday Morning)www.youtube.com/watch?v=QMbbb1Wahmo

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